Filosofia dello studio

Ragionamento, Linguaggio e Architettura

Il ragionamento è lo stato primo di ogni esistere. Non c’è manifestazione che non sia filtrata dai meccanismi intellettivi. La Ragione riunisce ogni facoltà dell’individuo, da quelle comunemente condivise, dalle personali abitudini, alle acquisizioni prossime per cui l’attenzione sposta il suo baricentro in nuove forme di equilibrio.

La Ragione non costruisce sistemi, ma sceglie i suoi modi di espressione: è l’incapacità di dominare la complessità, per timore o indecisione, che scinde il tutto nel dualismo.

La Ragione si ritrova in ogni attività organizzativa dell’uomo, dai suoi bisogni di comunicazione, di confronto ed accrescimento, alle sue istanze di realizzazione, di trasformazione.

Se c’è dunque un presupposto di Ragione, c’è un senso comune per cui si verifica ogni genere di scambio interpersonale; una posizione ambigua ed aleatoria non permette di partorire la “diversità”, né di superare le barriere della propria autoreferenza. Il ragionamento sa raccogliere e catalogare opportune distinzioni così da costituire un pensiero trasmissibile e comune.

Nasce così il problema del linguaggio, non una pretesa né una determinazione, bensì una speculazione che s’accosta alle dimensioni del vivere. L’attuale situazione delinea uno stato dove la capacità di pensare non si fonda più sulle acquisizioni di valore, ma sull’immediatezza di esporre contenuti molteplici ed effimeri. Non si può certo parlare ancora d’ambiti, e seppure le discipline o l’educazione costruiscono il loro spazio su dei limiti convenzionalmente individuati, la mente umana si confronta più con gli apporti esterni che con le proprie caratteristiche congenite.

Si assiste ad una spersonalizzazione per cui il proprio io si sfrangia nella ricerca assidua: manca una temporalità che accresca il confronto, sia essa fisiologica o riflessiva, poiché il dato conta più della personale consapevolezza.

E’ necessario un ripensamento del linguaggio in quanto strumento comunicativo di universale condivisione e non di contenuti o di formalizzazione dei risultati: il significato non può risiedere nei segni, ma nell’organizzazione complessiva del risultato.

Analizzando i processi del reale, si può suddividere convenientemente il modo d’intendere in due classi di linguaggio:

-         la corporeità

-         la virtualità

La corporeità è quella in cui si elabora tutto ciò che riguarda la costruzione, che sottostà alle leggi della fisica, che si esprime propriamente nel concetto di regola, di misura, rapporto, di ritmo e d’interruzione. Il corpo è il sicuro approdo da ogni dubbio, è il riferimento ultimo di ogni supposizione, è il certo ambito d’intervento, è la realtà che evolve con le sue regole intrinseche che si ripetono costantemente negli adattamenti spazio-temporali. Prodotto della corporeità è una Strutturazione fatta di sostrati archetipici, che sono il fondamento di ogni fenomenologia.

La virtualità è la costruzione mentale, è la dimensione della rappresentazione, dell’artificio, della combinazione delle volontà inespresse. Non è riscontrabile una particolare legge esplicativa o di approssimazione poiché il virtuale si costruisce sulla possibilità. Prodotto della virtualità è l’Ibrido, la commistione di elementi, la loro integrazione voluta ma non necessaria.

Queste due forme di linguaggio possono restare scisse per convenienza, data la loro agevole manipolazione, ma tramite il ragionamento possono riunirsi nella dimensione persuasiva: questo non significa trasporre le categorie dell’uno negli elementi dell’altro o viceversa, bensì riacquisire individualmente le proprie capacità linguistiche. Associare all’espressività del corpo una libera interpretazione dei significati o moltiplicare i sensi all’interno dei propri limiti di influenza. Non si può certo spiegare la corporeità con le astrazioni immaginifiche della virtualità, né pensare di costruire dei prodotti assoluti ed inconsistenti nutriti solo dagli apporti del libero arbitrio.

A questo punto subentra il discorso architettonico che non può autodeterminarsi se manca un pensiero, una volontà conduttrice.

Il discorso si fa architettura, e probabilmente subisce le affluenze di ogni partecipazione: da ciò la sua grande delicatezza nell’investire un quadro che prima di comprendere, raccoglie delle parti, dei segnali, “luci in movimento”.

L’Architettura è un universo senza stelle, ma popolato di presenze. L’Architettura non può dipendere da quanto un contributo sa richiamarne l’attenzione, ma vive dei suoi valori, delle sue speculazioni, della sua capacità di determinarsi nella vita comune. Tutto ciò significa inventare delle soluzioni per prodotti di consumo e di trasformazione. Da qui nasce il tramite del linguaggio, della ricerca segnica ove i significati stanno nelle attività che vi si svolgeranno.

Ripensare un codice non richiede scardinamenti o superamenti delle passate letture, tutto è compreso in ogni fase di sviluppo: si possono riorganizzare le forze, ma gli intenti comunicativi operano le loro elaborazioni all’interno degli eventi in cui sono chiamati in essere. Facendo un parallelo con il ragionamento avanti esposto, si conclude che il linguaggio architettonico è una costruzione persuasiva delle proprie intenzioni. Sembrerebbe così di svuotare qualsiasi cosa di ogni senso, al contrario si rafforza la validità di ogni considerazione all’interno della propria struttura.

Si vive oggi in una situazione paradossale: fiorisce la plurivocità democratica, ma si rileva uno stallo di fronte all’incapacità di operare delle scelte di distinzione. Ci si apre all’innovazione senza aver assimilato un’interpretazione sulle precedenti acquisizioni, parandosi dietro il pretesto d’una crisi che rivela tutta la mancanza di gestione delle risorse. Si mescola acriticamente l’ipotetico surreale al dato vissuto: si perviene ad una chimerica posizione che nello sforzo di adattarsi al reale, alla dimensione intersoggettiva, scende ai compromessi. Come se si potesse ancora parlare di idea all’interno d’un risultato avutosi per interventi distinti.

L’architettura tuttavia, data la sua forza di riprodursi inconsapevolmente per ogni tempo, sa costruirsi sui suoi saldi principi che non attingono unicamente dai pensieri, né si vincolano ad uniciste concezioni corporali, ma conciliano nel progetto le possibilità contestuali.

Il linguaggio si fa allora discorso se alla materia opaca si unisce una regola mentale di disposizione che traduce tutto il sentimento umano di sapersi meravigliare dinanzi alla complessità dell’accadimento. La tecnica non contaminerebbe la concezione spaziale ma ne risulterebbero un’unica valenza. Non si possono prendere a prestito dalla letteratura certe figure retoriche per una pretesa d’innovazione quando poi all’atto fattivo un progetto soffre della carenza dei suoi autentici connotati, quelli del peso e della soluzione, delle ipotesi iniziali, ma d’una sola scelta conclusiva. L’armonia non è un arcadico stato d’un’epoca perduta, ma la sapienza di conciliare con personale gusto l’importanza di ogni elemento che interviene nell’artefatto. Il problema non è di ricondursi alle eterne leggi della costruzione, ma è di caricarsi della responsabilità d’una propria legge offerta per la collettività. Si può allora parlare di una linguistica architettonica, d’un legame fra l’autore e la sua opera prima che tale relazione si riconverta negli usi sociali, e quindi all’interno delle correlate discipline.

Un linguaggio architettonico significa costruire delle personali elaborazioni che utilizzeranno i mezzi del disegno, dell’arte o della comunicazione mediatica, solo per convenzione, per una comune accettazione di un codice di riduzione, ma che non ha nulla di relazionabile con le considerazioni progettuali. Parlare architettura è nel carattere e nella successione degli spazi, che si specificano nelle soluzioni di dettaglio. E’ una dimensione globale che per semplificazione viene analizzata nei molti aspetti dello studio.

Il linguaggio si appoggerà a dei simboli come se essi fossero l’evento immediato di traduzione delle parallele volontà di significato: il senso sta nel linguaggio nel momento in cui c’è un passaggio mutuo e diretto fra l’intenzione e l’effetto. Il prodotto è quel sistema di segni che realizzano tale operazione, tale legge interpretativa, la proposta persuasiva.

 

Francesco Ciccarelli